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Una Poltrona per Due o dello scoprirsi conservatori

In questo momento storico è importante ricordare le nostre tradizioni, da dove veniamo e cosa ci ha reso quello che siamo. L’attacco della globalizzazione è troppo forte e, spesso, le nostre sane e vecchie abitudini vengono sostituite da novità venute da fuori e che nulla hanno a che fare con noi, oltretutto senza alcuna speranza di reciprocità.

È ora di dire basta a queste novità e di restaurare le sane vecchie abitudini del Natale italiano. È ora di respingere con ogni mezzo questa invasione che finirà per sradicare tutta la nostra civiltà.

È per questo motivo che mi oppongo all’infame tradimento che è stato perpetrato in questi giorni. Una Poltrona per Due non può essere programmato da Italia 1 il 23 Dicembre. È necessario che le istituzioni intervengano e ristabiliscano l’ordine costituito, riprogrammando il film nella sua data più consona, cioè la prima serata del 24 Dicembre. Solo così il Natale degli italiani potrà dirsi completo, felice, tradizionale.

Parliamo de “L’attimo fuggente”

You are most welcome! Glad the film means something to you all these years later.

Questo mi scriveva qualche giorno fa Josh Charles su twitter, dopo che gli avevo mandato un messaggio per ringraziarlo della continua ispirazione che L’attimo fuggente continua a esercitare su di me. Ho rivisto casualmente il finale la scorsa settimana (dalla fine della recita di Neil Perry in poi) e ogni volta continuo a emozionarmi e commuovermi come quando avevo 16 anni (e non li ho più da parecchio).

In tutti questi anni di venerazione per questo film ho sempre avuto un grande dubbio. Mi è capitato di vederlo una volta in TV negli Stati Uniti, negli anni ’90 e la versione che vidi era una versione leggermente diversa da quella che avevo visto mille altre volte prima e dopo, e che possiedo in DVD. Infatti c’erano due o tre scene aggiunte, non decisive, ma abbastanza chiarificatrici: per capirci, si vede all’inizio il momento delle assegnazioni delle attività extracurriculari (quando Neil viene nominato vicedirettore del giornale) e un’altra scena interessante, in cui si vede cosa succede durante la cena di Knox in cui conosce la ragazza bionda (e in cui dovrebbe fare il suo cameo Lara Flynn Boyle, che non soi vede nel resto del film, se non mi ricordo male).

Qualcuno mi sa dare notizie su questa “strana” versione?

Documentari che dovreste vedere: Super Size Me

Una cosa si può dire di sicuro, su Morgan Spurlock: è uno che ci mette la faccia. Se ti vuole spiegare una cosa, non si limita a dirtela, ma si mette dentro alla situazione e ti racconta come ci si vive. Perciò, se Morgan Spurlock vuole farci vedere quali sono gli effetti dei fast food sulla salute e, di riflesso, sulla società, Morgan Spurlock non si limita a raccontarci la storia ma decide di mangiare per 30 giorni, pranzo, cena e colazione, solo da McDonald’s. Perciò lo spettatore segue passo passo tutti gli effetti che questa dieta ha sul suo fisico. E impara anche perché, per molti americani, il cibo spazzatura è l’unica possibilità di ottenere un nutrimento a un prezzo accessibile, e gli effetti devastanti che questa situazione ha sulla popolazione.

Quello che viene fuori è che la società americana è malata, che il cibo è una delle cause della malattia e che è quasi impossibile evitare di cadere vittima di questa situazione visto che il cibo servito nelle scuole è equivalente a quello di McDonald’s. Quello che capisco io è che qui in Italia siamo messi un po’ (non molto) meglio che negli Stati Uniti, visto che almeno nelle scuole c’è un minimo di attenzione in più e che la nostra dieta di base è più sana di quella degli americani, ma il problema culturale esiste anche da noi. Non è questione di essere dei gastrofighetti per capire che è necessaria almeno un po’ di attenzione nella scelta di cosa si mangia e che, se s mangia male (o malissimo, come Spurlock nel film) gli effetti possono essere devastanti non solo sul fisico ma anche sull’umore e sulla personalità. Detto questo, penso che anche mangiare solo bucatini all’amatriciana sia dannoso e che Super Size Me sia un film istruttivo, a tratti anche divertente (Spurlock è sempre ironico e graffiante) e da vedere. Capirete un bel po’ di cose su come funziona il mondo di oggi. E vi verrà voglia di mangiare qualcosa di buone e ben cucinato, almeno per un po’.

Baciami ancora: una recensione?

Ieri sera mi è capitato di vedere Baciami ancora di Gabriele Muccino. L’ultimo Bacio (film di cui questo è il seguito) mi era piaciuto discretamente, soprattutto per la qualità tecnica, più che per la storia. Nell’originale c’erano alcune implicazioni conservatrici nei personaggi che  mi avevano letteralmente messo i brividi, ma tant’è.

Comunque. L’idea che mi sono fatto di questo film è molto semplice: Muccino ha girato (non so se e quanto consapevolmente) un film comico, non drammatico. In tutto il film le situazioni, i tempi e spesso anche le battute sono esattamente quelli. La cosa è evidente se si prende la scena in cui Favino rifà Lino Banfi in maniera assolutamente perfetta (manca solo che dica “Madonna dell’Incoroneta”). E, se visto in quest’ottica, Baciami ancora guadagna  uno strato di profondità che è del tutto assente in una visione “normale”.

Altri appunti sparsi: Vittoria Puccini è bella la metà e brava un quinto rispetto a  Giovanna Mezzogiorno. Le due scene di sclero sono emblematiche (e un po’ impietose).

Per quasi tutto il film Giorgio Pasotti recita come se fosse Stefano Accorsi.

Ogni volta che si vedeva un attore correre, mi aspettavo che arrivasse in un modo o nell’altro al Mamiani.

Mia moglie ha decodificato come Muccino faccia recitare i suoi attori (fermo restando che per me è l’unico che è riuscito a far recitare Monica Bellucci – ma non ho visto Malena): li fa parlare come parla lui. Che è sempre meglio di come parlava il fratello.

P.S.: l’immagine è un omaggio a Lino Banksy, artista di streda ed è solo vagamente collegata al contenuto del post.

E sempre a proposito di t-shirt

Share photos on twitter with TwitpicA quanto pare non sono l’unico che pensiona le t-shirt in questo periodo. Quella che vedete qui sopra è di Gary Hustwit, regista di Helvetica, Objectified e del prossimo Urbanized. Sul suo twitter scrive:

The death (or afterlife) of a favorite T-shirt. We all know the pain.

E io lo capisco perfettamente. Promewtto che la mia non farà la stessa fine.

Potrebbe essere rumoroso

Prendete tre grandi chitarristi (uno dei quali è il mio preferito in assoluto, by the way), metteteli in una stanza e fateli parlare del loro strumento. IL risultato sarà sempre più o meno simile a quelllo che vedrete in It might get loud, in cui i tre chitarristi sono Jimmy Page, Jack White e The Edge.

Il regista Davis Guggenheim ci racconta il rapporto dei tre con la chitarra elettrica, come nasce la loro passione, come hanno comprato il lor primo strumento, quello che cercano di ottenere quando suonano. Il risultato è praticamente pornografia per musicisti. Per quel che mi riguarda, da vecchio fan degli U2, vedere la bacheca della Mount Temple School di Dublino dove Larry Mullen appese l’avviso che portò alla nascita del gruppo è stato un momento davvero emozionante. E anche vedere da vicino la mostruosa strumentazione che Edge usa per creare i suoi suoni mi ha fatto godere non poco – la sequenza un cui suona il riff di Elevation prima e dopo la cura è illuminante.

Aggiungeteci i ricordi (e la sterminata collezione) di uno di quelli che hanno letteralmente definito il suono della chitarra elettrica e la capacità di sfruttare al meglio le potenzialità dello strumento più scassato di Jack White, e i loro racconti su cosa significa essere un chitarrista, e capirete facilmente che, se amate anche solo un po’ il rock, questo film è praticamente imperdibile.

Qui sotto vedete il trailer, in cui c’è la sequenza di The Edge di cui parlavo prima, e in cui tra l’altro potrete scoprire come un pezzo di legno, due chiodi e una bottiglietta di Coca-Cola diventano una slide perfettamente funzionante e che suona anche piuttosto bene.

Giuro che la cosa non è voluta

(risultato di questo test per la trasmissione di Objectified sulla PBS. Per la cronaca al test equivalente per la trasmissione di Helvetica ero risultato essere l’Helvetica)

Meno è meglio: Helvetica e Objectified

Quante cose toccate ogni mattina da quando vi alzate? E quante cose leggete? E, soprattutto, a quante di queste dedicate la vostra attenzione?

Con ogni probabilità la risposta all’ultima domanda è “molto poche”. Ed è proprio questo ciò che va a indagare Gary Hustwit nei suoi due documentari, Helvetica e Objectified. Ci sono un sacco di cose che tocchiamo ogni giorno, ed è difficle pensare che ognuna di qeste cose è stata pensata, disegnata e progettata da qualcuno. E, allo stesso modo, ogni volta che leggiamo un testo, non ci fermiamo quasi mai a pensare che il carattere in cui è scritto è stato pensato, disegnato e realizzato da qualcuno.

Ecco, dopo la visione di questi due film sarà molto più difficile che questo avvenga.

L’occhio di Hustwit si fissa su particolari spesso minimali, ma che rendono le riprese assolutamente affascinanti (le due sequenze iniziali in cui vengono composti i titoli dei film sono esemplari da questo punto di vista). I protagonisti dei film sono designer, grafici o art director spesso di fama mondiale (si va da Massimo Vignelli a Jonathan Ive passando per “leggende” come Dieter Rams e un’infinità di altri), che parlano in un caso del loro amore (o del loro odio) per quello che è probabilmente il font più conosciuto e diffuso al mondo, nell’altro di quale sia il loro approccio al design industriale.

Ora, credeteci o no, ma dopo aver visto questi film (Helvetica in particolare) ho cambiato modo di guardare quello che mi circonda. O meglio, ho cominciato a fare caso a cose a cui prima non davo peso. E questa non è una cosa che capita così spesso. Ho iniziato a guardare con (ancora) più attenzione alla grafica e al design degli oggetti e a rendermi ancora più conto, del tipo di ragionamento (o della sua assenza) che sta dietro come è fatto un prodotto.

E mi sono innamorato dell’Helvetica. In parte, la nuova grafica del blog è dovuta propio a questo.

In sostanza: se avete la possibilità vedete qesti due film. Non ne uscirete con gli stessi occhi.

 

- il sito di Helvetica

- il sito di Objectified

Domanda

È possibile fare un film con protagonisti potenzialmente bpoco espressivi che riescono a trasmettere sentimenti ed emozioni come e meglio di attori in carne e ossa, con un messaggio di fondo amarissimo e che è chiaramente una metafora del presente, solo parzialmente mitigato dal classico finale disneyano, il tutto realizzato in maniera spettacolare, con una resa visiva e sonora clamorosa?

Risposta: se sei la Pixar e il film è Wall-E, sì, e possibile. Ed è anche possibile che il risultato sia un capolavoro assoluto, probabilmente il loro miglior film (finora, almeno).