Badlands – Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni

Poi entri da Feltrinelli, scendi la scala che porta alla saggistica e ti salta all’occhio una copertina con Bruce Springsteen. Incuriosito, ti avvicini. Riconosci la grafica dell’editore e la probabilità che quel libro passi per la cassa aumenta. Poi leggi il nome dell’autore e ne hai la certezza. È un libro che aspettavi da anni  e che finalmente è di fronte a te.

Il libro di Portelli su Springsteen.

Premessa (gli americani direbbero full disclosure). Sono stato suo studente e una buona parte del modo di pensare che mi porto dietro da circa 20 anni la devo a lui. Con lui ho fatto il più bell’esame della mia carriera universitaria, ed è stato il mio relatore di laurea. L’aiutato quando ha deciso di candidarsi alle elezioni e ho messo su il blog su cui ancora oggi (troppo sporadicamente) pubblica i suoi articoli. Ho partecipato a  molti incontri con lui su diversi argomenti (di cui anche qualcuno raccontato nel libro) e qualche volta abbiamo anche mangiato insieme. Con lui condivido l’immensa passione per la cultura e la musica americana, e in particolare proprio per Springsteen.

Questo per dire che, se anche volessi, non potrei fare una recensione fredda, obiettiva e accademica di un libro come questo. Non ne ho i mezzi né critici né emotivi.

La verità è che uno come me questo libro l’ha in buona parte già letto prima di leggerlo, perché conoscendo Alessandro Portelli e quello che ha scritto, studiato e insegnato per anni, i concetti sono più o meno quelli.  Ma questo non toglie nulla al piacere di poter assaporare finalmente un’analisi completa, approfondita, appassionata e partecipata di quello che tuttora rimane uno dei cantanti migliori che si trovino in circolazione e che a oltre 60 anni, prende ancora a calci in culo molti ragazzetti di un terzo della sua età.

Il pregio principale di questa lettura dell’opera di Springsteen è che non cade nell’errore più grande che si può commettere quando si affronta in maniera “accademica” un argomento “basso” come il rock’n’roll, cioè considerarla altro rispetto a quello che è. Springsteen non è un poeta, non è un politico, non è un filosofo. Springsteen è un rocker e, per capirlo, è necessario tenere in considerazione sia il cosa dice (i testi), sia il come lo dice (la musica). Le pagine dedicate all’analisi dei temi, delle idee e anche delle ambiguità di Born in the U.S.A. sono esemplari, da questo punto di vista. Un pezzo apparentemente semplice (sostanzialmente scritto su un unico accordo maggiore) come forma che nasconde diversi strati, l’anthem da stadio, la ballata dolente (che era stata scritta per Nebraska), il pezzo superficialmente interpretato come inno sciovinista e conservatore, il racconto inventato che si intreccia con la vita reale di uomini e donne non solo “born in the U.S.A.”

Inoltre, come dicevo sopra, per me questo libro è importante perché, almeno un po’, parla di me. Racconta cose di cui ho parlato agli esami, cose che ho ascoltato e in diversi casi, cose che ho vissuto, in cui posso orgogliosamente dire “Io c’ero” e ricordo bene la sensazione provata. Si parla dell’ultimo dei miei otto concerti (pochi per uno springsteeninano di stretta osservanza, a dire il vero), quello di Capannelle, si parla della giornata di studi al Teatro Colosseo che ha visto l’esordio delle Sessions Voices, di cui mi vanto di essere il primo fan in ordine cronologico. Si parla della musica e delle parole di quello che è uno dei pilastri delle mie passioni, uno di quelli che ti cambiano la vita se hai la possibilità di vederli dal vivo. E questo, almeno per me, vale ogni singolo momento passato a leggere questo libro.

Alessandro Portelli, Badlands. Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni, Donzelli, 2015.

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