U2 sempre più pop contro l’oscurità dei tempi

Questo articolo è stato pubblicato su il manifesto cartaceo e online il 6 novembre 2017.

C’è una canzone di Bruce Springsteen che spiega bene l’atteggiamento di molti fan e critici nei confronti degli U2: in Glory Days, il Boss racconta di come alcuni personaggi vivano ancorati al passato e non riescano a parlare di altro. La gloria passata di Bono e compagni getta sempre la sua ombra lunga su qualunque novità e, spesso, si guarda più a ciò che circonda la musica, piuttosto che alle canzoni. Perciò, forse, conviene cercare di fare un passo indietro e – per quanto possibile – giudicare questo nuovo lavoro non in rapporto con il passato, ma per quello che è. Se Songs of Experience (Interscope), quattordicesimo album di Bono e compagni, pubblicato il 1 dicembre, fosse un album di un altro gruppo, probabilmente ne sentiremmo parlare come di un lavoro solido, realizzato con grande cura e mestiere. Poiché però si tratta di una delle ultime grandi rock band del pianeta, che ci aveva abituato a capolavori come The Joshua Tree o Achtung Baby, il giudizio è che non si tratta di uno dei loro lavori migliori, ma che sia comunque meglio di diversi loro album del ventunesimo secolo.

Il lancio è stato più tradizionale di quello del precedente Songs of Innocence, che aveva generato polemiche per essere stato aggiunto automaticamente alle librerie di tutti i dispositivi Apple. Come la raccolta poetica di William Blake da cui gli album traggono titolo e ispirazione, Songs of Experience vuole raccontare la maturità dei quattro dublinesi: i testi di Bono sono pensati come lettere ai suoi cari, ai suoi fan e al mondo.

Quello che colpisce è il tono pop dell’album, come una reazione all’oscurità dei tempi: siamo lontani dal rock da stadio tipico degli U2. «Non c’è nulla di più provocatorio della gioia in tempi difficili», ha dichiarato Bono a Rolling Stone.

Dopo un non meglio specificato «incontro ravvicinato con la mortalità» di Bono, l’elezione di Donald Trump e la Brexit, che hanno portato a una riscrittura di parte dei testi (e a un ritardo di un anno nell’uscita), gli U2 raccolgono 13 canzoni (17 nella versione deluxe) in cui emerge la voglia di trovare la melodia perfetta, anche a costo di sacrificare la ruvidità e l’obliquità dei loro lavori migliori.

Il rock c’è in due canzoni, American Soul e The Blackout, tra le migliori dell’album e, guarda caso, quelle in cui il messaggio politico è più marcato, e in pochi altri momenti. I pezzi più deboli sono proprio quelli che hanno anticipato l’uscita: You’re the Best Thing About Me è poco più di un motivetto orecchiabile e Get Out of Your Own Way galleggia grazie a Bono, ma non brilla. Oltre alle già citate American Soul e The Blackout, la canzoni migliori sono The Little Things That Give You Away, che si era già sentita nell’ultimo Joshua Tree Tour, in cui la chitarra di The Edge la fa per una volta da padrona, Red Flag Day, in cui gli U2 suonano simili ai Police e The Showman, un piccolo gioiello che sembra uscito dagli anni ’50, forse la canzone «meno U2» della loro carriera.

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