La fine di Lost – Questa non è una recensione

Premessa tecnica: ho messo la parte principale delle mie riflessioni dopo il salto per evitare che chi non ha visto ancora la puntata possa correre il rischio di rovinarsi l’esperienza, perciò proseguite a vostro rischio e pericolo. O no, come volete voi.

Non sarò obiettivo. Non sarò analitico. Con Lost non ci riesco. Questa non sarà una recensione. Sarà una roba confusa, scritta più di pancia che di testa, che ala fine forse sarà anche incomprensibile. Ma non riesco a mantenere la freddezza e il distacco adatti per dare un giudizio come faccio con le altre (tutte le altre) serie.

In questi due giorni ho già sentito tutte le critiche possibili al finale di Lost. Le ho sentite tutte e qualcuna la capisco ma non la condivido, qualcuna la capisco e basta e qualcuna, con la testa, la accetto anche. Il punto è che non mi interessa.

Il finale di Lost è una capolavoro, come è un capolavoro tutta la serie.

È la giusta, logica conclusione di una serie che per sei anni mi ha tenuto incollato al divano, che mi ha fatto scervellare in migliaia di teorie e che mi ha fatto scoprire di nuovo la vera qualità televisiva. Mentre guardavo le immagini ieri mattina (a proposito, c’è da parlare della strada che imboccato Fox, sperando che vada avanti di questo passo, ma ci sarà tempo per farlo) ero emozionato come raramente mi era capitato in generale e di sicuro mai per una serie televisiva. Che in queste ultime due puntate ha mostrato la sua vera, definitiva forza. Che non è quella legata ai misteri, alle teorie e alle cospirazioni. La vera forza di Lost è la potenza dei suoi personaggi (e la capacità degli attori che li interpretano di restituire questa potenza). Sì, non ci hanno spiegato per filo e per segno tutti dettagli sull’isola, su Jacob, sull’uomo in nero, sui numeri, sulla Dharma Initiative, non ci hanno spiegato un sacco di cose. Ma alla fine della fiera non è importante. Quello che conta sono i personaggi, il loro percorso, i loro rapporti, i loro conflitti e la loro crescita. Ed è proprio questo punto che distingue Lost dalle altre serie simili.

Chi ha provato a ricalcare questo schema si è sempre fermato solo alla superficie, senza capire che in realtà per far appassionare lo spettatore per più di qualche puntata ci vuole qualcosa di più che un cliffhanger, per quanto ben gestito. Se vogliamo fare nomi e cognomi prendiamo Dominic Monaghan e i suoi personaggi, Charlie Pace e Simon Campos in FlashForward: il confronto è impietoso. Il primo è un personaggio vero a cui ci si affezione, con una sua storia, un suo percorso e una sua profondità. Il secondo è una sorta di macchietta che vorrebbe essere enigmatico e cool, fallendo come anche tutta la serie. E lo stesso vale anche per Elizabeth Mitchell. Juliet è un personaggio meno centrale di Erica Evans in V, ma ha una drammmaticità e una profondità infinitamente superiori. E questi esempi spiegano la capacità e la bravura degli autori e degli attori.

Alla fine quello che abbiamo ottenuto non sono state le risposte, ma un senso di completezza, di closure – per usare il termine americano che rende perfettamente il senso si questa puntata. La storia che doveva essere raccontata è stata raccontata e tutto il resto non è necessario. E poi, probabilmente sono io che sono un sempliciotto sentimentale, ma vedere che tutti i personaggi hanno avuto, in qualche modo, il loro happy end mi ha reso felice, come anche vedere tutti gli omaggi alle stagioni precedenti e tutto il sottotesto metatelevisivo legato al fandom (che i flash-sideways siano una sorta di purgatorio lo trovo ottimo dal punto di vista narrativo e deliziosamente ironico nei confronti del pubblico).

Alla fine è giusto così. È gusto che la soluzione scelta sia quella forse meno coraggiosa, anche perché stiamo parlando di un network, non di TV via cavo dove c’è un altro tipo di libertà. È giusto che ci sia chi non ha apprezzato, anche se ritengo che si sia fermato alla superficie della serie senza capirne i  veri meccanismi. È giusto chi critica. Il punto, come dicevo sopra, è che non mi interessa.

È giusto che siano tutti lì, insieme, come sono stati insieme a noi spettatori per sei anni. Sei anni in cui aspettavo ogni settimana con trepidazione e in cui le pause tra una stagione e l’altra sembravano interminabili. In cui ho letto teorie che dicevano tutto e il contrario di tutto. In cui ho amato ogni singolo secondo di questa, anche gli episodi meno riusciti.

Ecco, sono felice di aver visto ogni episodio di Lost. E sono felice che sia finito così. E questo basta.

(grazie a i fighi per l’immagine)

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