Combat Rock – Terra d’eroi e santi senza peccato

 

The Levellers

Per capire meglio di cosa si parli qui, prima leggete questa pagina.

Questa storia inizia a Roma, una sera d’estate del 1992 o ’93. Siamo nelle vicinanze del Tevere, in un luogo che da allora è diventato alla moda, ma che a quel tempo stava appena iniziando il processo di rinascita e poi di gentrificazione che vediamo oggi. Siamo al confine sud di Testaccio, dove il Lungotevere finisce prima del Ponte di Ferro. Siamo al vecchio Mattatoio della città, che oggi è una location molto di moda tra la Città dell’Altra Economia, il Macro e le tante mostre ed eventi che vi si svolgono.

In quella notte d’estate, io e alcuni compagni di classe finiamo per caso (o almeno io me la ricordo così) a Largo Dino Frisullo, da cui si accede al campo Boario del Mattatoio. Entriamo in quello che all’epoca era lo spazio occupato dal Villaggio Globale e, dopo aver attraversato il grande cortile raggiungiamo un palco dove si esibisce la Banda Bassotti.

 

Quella serata al Villaggio Globale fu la prima di molte. Per me e i miei amici, divenne, almeno per un paio di anni uno dei principali punti di ritrovo, in cui incontrarsi a prescindere da quello che era previsto sul calendario. Lo spazio era talmente grande che, dopo aver pagato le 5.000 lire di ingresso a sottoscrizione, anche se c’era un concerto schifoso, ci si poteva sedere a un tavolino o per terra con una birra a chiacchierare senza dover per forza urlare per sovrastare il volume della musica. Ci ho visto moltissimi concerti dei principali gruppi “schierati” italiani e di diversi artisti più mainstream, ma che almeno ogni tanto decidevano di ricordare le proprie radici e si esibivano in spazi in cui la musica era ancora qualcosa di fruibile a basso prezzo.

Uno di questi gruppi viene dalle Marche, in particolare da Filottrano in provincia di Ascoli Piceno. È un gruppo formato da due fratelli che da sempre suonano insieme e da sempre scrivono canzoni che raccontano storie della storia d’Italia, a volte dimenticata, a volte nota. Un gruppo la cui coerenza è rimasta invariata e non è stata influenzata dal successo. Un gruppo che il 1 maggio 1991 ha aperto il concerto di San Giovanni invocando lo sciopero generale contro il governo Craxi in barba ai sindacati e che, da allora, ha sempre tenuto dritta la bara delle proprie idee.

Un gruppo che ha scritto la canzone più attuale della storia italiana. Nel 1991.

Marino e Sandro Severini, i Gang.

Quello che ho sempre amato della banda dei fratelli Severini, oltre alla bellezza dei testi e dei contenuti, è la semplicità delle loro canzoni, che uniscono il canto popolare, il folk e il rock. Le mondine si mischiano ai cori delle manifestazioni, i violini e le fisarmoniche suonano insieme alle chitarre elettriche e creano un insieme infinitamente più potente della somma delle singole parti. Nel 2015, dopo 15 anni di silenzio discografico, ma di grande attività dal vivo, i Gang sono tornati con un disco autoprodotto e finanziato con una campagna di crowdfunding, che gli ha permesso anche di collaborare con produttori e strumentisti americani. Sangue e Cenere è un disco robusto, dal suono compatto e potente, con canzoni dai testi importanti e poetici. Un disco che, per un appassionato di rock come me, è come una boccata di aria fresca in un periodo poverissimo.

 

Nel 2001 non ero a Genova. Non ho vissuto direttamente tutto quello che è successo, se non filtrato dalle foto e dai filmati. Ma c’è una cosa che mi è rimasta impressa e che, negli anni, sembra essere un po’ passata in secondo piano. È il 20 luglio 2001. Carlo Giuliani è stato appena ucciso. Il suo corpo è ancora a terra a Piazza Alimonda e il vicequestore Adriano Lauro indica uno dei manifestanti dall’altro lato della piazza. Gli urla che è stato lui a uccidere Giuliani con un sasso. Non ho mai capito se si trattava di una reazione emotiva legata al caos di quella giornata maledetta o di un piano preciso per provare a imporre una verità che, per fortuna, è poi stata smentita dalle immagini. Ho sempre provato un profondo senso di disagio nel sentire quelle parole, un senso di straniamento, di rabbia. Mi è sempre sembrato che quella frase fosse un po’ la sublimazione e il riassunto di quello che è successo, che, a pensarci bene, è stato una specie di anticipazione di quello che sarebbe successo solo un paio di mesi dopo e di cui viviamo ancora oggi le conseguenze. Quella frase torna in una canzone di uno dei miei gruppi preferiti, i Modena City Ramblers. Non è la loro migliore canzone, a mio parere, ma racconta il clima che si respirarva in quel periodo. I Ramblers sono un gruppo che ha imparato bene la lezione dei Gang, e che ha saputo, tra le altre cose, raccontare l’Italia contemporanea e che ogni volta, in qualche caso anche contro le richieste degli organizzatori, ha il merito di far saltare tutta Piazza San Giovanni ogni 1 maggio con Bella Ciao.

Gli anni ’90 sono un periodo di grande fertilità per la musica che viene dal basso. C’è parecchio rock, ma c’è un genere musicale che più di tutti rappresenta la spinta dei centri sociali. È una musica che fin dall’origine ha raccontato la strada, la vita di quelle che quelli bravi definivano “classi subalterne.” Una musica che nasce dalla povertà di equipaggiamento e dall’inventiva di sapere sfruttare quel poco che si aveva a diposizione, cioè la disco music e la voce.

Il rap è nato Bronx e si è diffuso in tutto il mondo e ha avuto la capacità di mutare e adattarsi, di mettere radici, nutrirsi del terreno in cui ha attecchito e generare frutti originali e spesso notevoli. Quello che è successo in Italia è stato che lo stile di “parlare” su una base si è mischiato con influenze provenienti dalla Giamaica, come il dub e il raggamuffin – che tra l’altro nascono sfruttando situazioni simili a quelle dell’hip hop – e con il dialetto.

Aggiungete a questo la coscienza politica e l’ironia e otterrete quella che a mio parere è una delle punte massime di questo genere musicale e di questo periodo.

Perché è facile essere incazzati e urlare il proprio odio e la propria rabbia. Gli stessi 99 Posse lo fanno spesso e in termini decisamente categorici, basti pensare a Rigurgito antifascista.

Più difficile è usare lo spirito e affrontare gli ostacoli e le difficoltà con ironia. Una canzone come questa mette allegria, ma allo stesso, tempo, accende la testa e fa riflettere sulle tante difficoltà che i movimenti dovevano e devono affrontare ancora oggi per sostenere, difendere e diffondere le proprie idee.

 

Potete scoprire tutti gli altri podcast di I giorni cantati sulla pagina Facebook, sul sito del Circolo Gianni Bosio e su igiornicantati.wordpress.com.

Io sono Daniele Funaro e vi do appuntamento alla prossima volta ricordandovi che Londra affonda e io vivo vicino al fiume.

 

Extra

Quando questo blog era ancora vivo, avevo iniziato a parlare dei dischi più importanti della mia vita. Riporto qui il post pubblicato per la prima volta il 22 gennaio 2007.

Ci sono alcuni dischi che si intrecciano con la tua vita in maniere assolutamente imprevedibili, e che lasciano tracce di sé nei posti più strani: nella mia vita un ruolo di questo genere lo ricopre Le radici e le ali dei Gang. È uno di quei dischi che chiudono i cerchi, che ti danno un senso di completezza karmica.
La prima volta che l’ho sentito doveva essere uscito da poco – se non ricordo male su una cassetta scordata da mio cugino a casa mia – mi ha fatto entrare in uno di quei trip assoluti che capitano con certe canzoni: Bandito senza tempo è passata a ripetizione nel mio stereo per un sacco di tempo, lasciandomi ogni volta rapito da quei suoni in cui il rock come lo conoscevo fino a quel momento si mischiavano a strumenti usciti dalla tradizione della musica popolare marchigiana.
Flash-forward a qualche anno dopo: sto preparando l’esame di letteratura anglo-americana su Bruce Springsteen (di cui ho già parlato) e decido che, visto che si parla di musica, un paio di canzoni non in programma possono fare al caso mio: la scelta cade su Il ritorno di Paddy Garcia dei Modena City Ramblers e (guarda caso) su Bandito senza tempo dei Gang: l’esame va ottimamente, sospetto grazie anche alla mia scelta e, piccola nota aggiuntiva, il breve testo introduttivo di Le radici e le ali è scritto (guarda caso) da Sandro Portelli, il professore con cui stavo dando l’esame. Per la serie quando gli anelli si chiudono.
Flash-back a qualche anno prima: i Gang suonano al Frontiera, glorioso locale ormai scomparso sull’Aurelia. Al termine del concerto riesco a prendere una scaletta e chiedo a Marino (il cantante) di autografarmela. Marino mi invita a salire in camerino e lì vedo la sua bellissima chitarra acustica a dodici corde. Sfacciataggine di gioventù, gli chiedo se posso provarla e lui mi dice di sì. Strimpello per qualche minuto Socialdemocrazia mentre la band mi firma il foglio e poi saluto, non prima di sentire Marino che mi dice di mandargli una mia versione della canzone. Nei mesi successivi preparo una cassetta (all’epoca l’mp3 era ancora nel mondo dei progetti non realizzati) con 3 pezzi: la succitata Socialdemocrazia, (guarda caso) Bandito senza tempo – a cui avevo aggiunto una intro di Figli della stessa rabbia della Banda Bassotti, e l’unica canzone che io abbia mai scritto, cantata dalla mia amica che ora vive in Australia. A un concerto successivo vado a salutare Marino e gli chiedo se ha ricevuto la mia cassetta. Mi risponde di sì e mi dice anche che aveva registrato una sua versione della mia canzone. È stato il punto più alto della mia carriera musicale, anche se non ho mai sentito com’è venuta, visto che non mi è mai arrivato il nastro. Purtroppo.
Flash-forward a oggi: come dicevo in un altro post, i miei gusti si stanno sempre più orientando verso la riscoperta delle radici musicali americane e Le radici e le ali occupa ancora (e forse ancora di più) un posto centrale nella mia discografia ideale. Il suo rock potente e senza fronzoli che si mischia ai canti popolari, ai cori e alle fanfare della tradizine italiana, i testi duri, schierati e poetici, continuano a raccontare storie attuali e vive, in un paese che è uscito da cinque anni come gli ultimi che abbiamo vissuto. E Bandito senza tempo è ancora una delle mie canzoni preferite. Guarda caso.

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