L’incubo americano degli U2

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Questo articolo è apparso per la prima volta sulla versione digitale de il manifesto il 17 luglio 2017.

C’è una domanda a cui rispondere subito pensando ai due concerti che gli U2 hanno tenuto allo Stadio Olimpico di Roma sabato e domenica: ha senso, da un punto di vista artistico, portare in scena nella sua interezza un disco uscito ormai 30 anni fa? Se si parla di The Joshua Tree, la risposta è abbastanza complessa: l’album di maggior successo di Bono e compagni racconta l’infatuazione dei quattro irlandesi per l’America e il suo sogno, ma anche la loro reazione nei confronti della politica estera repressiva e violenta dell’epoca. Possono queste suggestioni resistere al tempo e adattarsi a un contesto contemporaneo o abbiamo davanti un enorme carrozzone autocelebrativo utile solo a vendere a caro prezzo milioni di biglietti e le inevitabili ristampe più o meno lussuose dell’album?

Nel 1987 alla Casa Bianca c’era un presidente repubblicano, Ronald Reagan, ex attore e portavoce di grandi corporation, che governava sulla base di un programma ultraliberista all’interno e di ferma opposizione a qualsiasi espansione del comunismo all’estero. Nel 2017 c’è un altro presidente repubblicano che viene da una carriera imprenditoriale e soprattutto mediatica e che governa sulla base di un programma ultraliberista e populista all’interno e al tempo stesso isolazionista, razzista e aggressivo all’estero. Nell’era di Trump, sembrerebbe che le canzoni di The Joshua Tree abbiano ancora il potere di raccontare l’America di oggi, perché quest’America somiglia molto a quella di 30 anni fa. Pezzi come Bullet the Blue Sky ed Exit si adattano facilmente all’oggi, e la loro enorme potenza sonora è ancora intatta e attualissima.

Le due serate sono state aperte dall’ottima esibizione di Noel Gallagher e dai suoi High Flying Birds, che hanno intrattenuto il pubblico in attesa dei protagonisti con canzoni nuove e del repertorio degli Oasis, queste ultime molto gradite dagli spettatori.

I due concerti hanno rispettato la scaletta vista in tutto il tour, tanto che tra le due date ci sono solo due canzoni diverse, Bad e A Sort of Homecoming nella prima parte e, nei bis, Mysterious Ways al posto dell’inedita The Little Things That Give You Away, che dovrebbe far parte del prossimo album Songs of Experience. La serata di domenica si è aperta con il primo successo della band, Sunday Bloody Sunday e, dopo New Year’s Day, A Sort of Homecoming e Pride si è passati alla parte centrale del concerto con l’esecuzione integrale di The Joshua Tree, accompagnato dalle splendide immagini di Anton Corbijn sullo sfondo. L’impressione è che, se anche questo spettacolo è stato messo su solo a fini autocelebrativi e commerciali, Bono e soci siano in forma e credano in quello che fanno: la resa delle canzoni è fresca e potente e il pubblico di Roma risponde con grande partecipazione.

La parte finale del concerto è dedicata alle donne e si apre con Miss Sarajevo,che stavolta racconta il dramma della guerra in Siria, in cui una strofa è cantata da Luciano Pavarotti, e, dopo i classici Beautiful Day, Elevation e Vertigo, prosegue con la canzone che, forse più di tutti celebra la bellezza femminile nel repertorio degli U2, Mysterious Ways, seguita da Ultraviolet, durante la quale sullo sfondo scorrono i volti di alcune delle donne più importanti della storia, tra cui anche le italiane Rita Levi Montalcini ed Emma Bonino. Una celebrazione che si è conclusa con One, con cui Bono ha chiesto unità a tutti, almeno sui temi che possono essere condivisi.

Le due date romane sono andate esaurite in pochissime ore, con uno strascico di polemiche e indagini in corso sulla gestione della vendita dei biglietti. L’Olimpico pieno ospitava un palco sempre spettacolare, ma forse un po’ meno “protagonista” rispetto ai tour precedenti, in cui trovate sceniche e tecnologiche la facevano da padrone quanto e, a volte, anche più della musica. Stavolta si tratta solo di un enorme schermo che rimanda foto e filmati per raccontare le canzoni. Il centro dello spettacolo è la band. E questo, purtroppo ha reso ancora più evidente l’unico grande difetto dei concerti romani: almeno sulle tribune, l’audio aveva un fastidioso rimbombo. Un piccolo peccato in una serata, per il resto, da ricordare.

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