Danzare di architettura, o del Nobel a Bob Dylan

Leggo con un certo interesse alcune delle reazioni al (meritatissimo) Premio Nobel per la Letteratura al signor Robert Zimmerman da Duluth e, per quanto non valgano assolutamente niente in confronto a quelle degli autori citati da Repubblica, voglio provare ad aggiungere un paio di riflessioni personali.

Se c’è una cultura in cui “l’alto” e “il basso” non esistono o, meglio, sono inseparabili, in cui è la commistione a farla da padrona, in l’espressione più precisa e artisticamente valida di un popolo è proprio quella più popolare, è proprio la cultura americana. Una delle più grandi opere letterarie americane, Moby Dick, è proprio la dimostrazione di questo, essendo, tra le tante cose, un incrocio tra epica, romanzo di formazione e trattato scientifico di cetologia. Perciò dire che dare il Nobel a Dylan è come dare il Grammy a Javier Marias contiene un errore di fondo, cioè quello di continuare a dividere, come spesso noi italiani continuiamo a fare in tutti i campi, l’intellettuale dal popolare.

Faccio una confessione doverosa: sto scoprendo Dylan solo in questi ultimi anni e non posso dire di essere un fan accanito. È chiaro che ne riconosco l’importanza a livello storico e musicale (anche perché se Springsteen dice che ha iniziato a fare musica dopo aver sentito il primo colpo di batteria di Like a Rolling Stone, direi che un certo peso questo signore ce l’ha), ma, per esempio, il suo concerto con Van Morrison che vidi a 18 anni al Palaeur è stato uno dei più brutti della mia vita.

Però, per tornare sull’argomento principale, Dylan è stato in grado di interpretare, canalizzare e, soprattutto, rendere fenomeno di massa quello che alla sua origine era un fenomeno di nicchia, come quello del folk revival, in cui gravitavano figure di incredibile fascino e importanza (Pete Seeger e Joan Baez, per dire), ma che era chiuso nel suo recinto artistico e politico e che aveva enormi difficoltà a confrontarsi con il successo e con il mondo contemporaneo. Il racconto secondo cui Pete Seeger fu fermato mentre brandiva un’ascia pronto a tagliare i cavi dell’impianto al Festival di Newport quando Dylan imbracciò una chitarra elettrica è emblematico e spiega anche il grande coraggio artistico di un cantautore a cui ogni definizione, alla lunga, inizia a stare stretta.

Infatti Dylan è stato in grado di prendere una strada totalmente diversa ed essere il primo rappresentante di un nuovo genere musicale che, per almeno 40 anni, è stato il principale mezzo di espressione della gioventù americana, europea e mondiale. È proprio il già citato attacco di batteria di Like a Rolling Stone che, secondo molti studiosi, ha dato origine al Rock come genere a sé. E da quel momento in avanti, ha continuato a esplorare territori artistici sempre diversi, rimanendo fedele sempre e solo a sé stesso e a nessun altro. E anche solo questo, senza contare il peso e l’importanza che le sue canzoni (canzoni, non poesie, perché è stato premiato un cantante, cioè un autore di una forma artistica fatta di musica e parole, in cui le une senza l’altra non funzionano altrettanto bene), lo rende una figura fondamentale nella cultura e nella letteratura di un paese in cui le distinzioni tra i generi e tra “alto” e “basso” sono le più labili possibili.

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