Le tante vite di Tom’s Diner – The Perfect Song ep. 1

18 novembre 1981: è mattina presto, e a New York piove e fa freddo. Suzanne entra nel diner all’angolo. Si siede al bancone e ordina un caffè, ma il barista le riempie la tazza a metà perché è impegnato a chiacchierare con un’altra cliente. Suzanne prende una copia del New York Post: si parla della morte di William Holden, attore di una certa fama, per una caduta in casa mentre era ubriaco. Suzanne guarda fuori e vede una donna che si sistema le calze e la gonna bagnate. Ripensa a quello che le diceva un suo amico, il fotografo Brian Rose: gli capitava di pensare che a volte osservava la sua vita come da dietro una vetrina, guardando senza esserne parte attiva. Suzanne si guarda intorno, osserva gli avventori. Le torna in mente un picnic notturno di qualche tempo prima sui gradini della vicina cattedrale con un suo amico. Estrae il suo bloc notes e scrive di quella piccola scena.

Questa è la storia della canzone perfetta che ho scelto oggi. È una canzone perfetta non perché abbia una struttura complessa o rivoluzionaria.

È una canzone perfetta perché una volta che ti entra in testa, non ne esce più.

È una canzone perfetta perché ha avuto una vita, anzi mille vite diverse.

È una canzone perfetta perché in una di queste vite è stata il motore di una rivoluzione che viviamo ancora oggi.

La canzone perfetta di oggi è Tom’s Diner di Suzanne Vega.

Tom’s Diner è la traccia che apre Solitude Standing, secondo album di Suzanne Vega, pubblicato nel 1987. È l’album di maggior successo della cantautrice newyorkese, che ha venduto oltre 5 milioni di copie grazie proprio a Tom’s Diner e soprattutto a Luka, canzone che racconta una storia di violenza domestica raccontata dal punto di vista della giovane vittima.

La prima particolarità della canzone è che è un pezzo a cappella, l’unico elemento che “fa” la canzone è la voce di Suzanne Vega. Pare che in origine l’idea fosse di accompagnare il testo con una base di pianoforte, ma alla fine Vega e i produttori Steve Addabbo e Lenny Kaye decisero di eliminarla. E, a onor del vero, una versione strumentale e senza testo, intitolata Tom’s Diner Reprise, è la traccia che chiude l’album.

La canzone è ambientata in un luogo preciso. Il Tom’s Restaurant (non Diner) esiste davvero: è a Manhattan, all’angolo tra Broadway e la 112° strada, nel quartiere di Morningside Heights, in un palazzo che ospita anche un dipartimento di studi spaziali della Columbia University ed è a due passi dalla cattedrale di Saint John the Divine, di cui si parla nel testo. È un diner ordinario, come tantissimi che si trovano in tutta la città, gestito dalla stessa famiglia di origine greca dagli anni ’40. A oggi, ha una valutazione di 4 stelle su Tripadvisor. Per la sua posizione, è una meta molto frequentata dagli studenti della Columbia e annovera tra i suoi clienti più famosi Barack Obama, che lo frequentava da studente, e il suo rivale nelle elezioni presidenziali del 2008, John McCain. Quello che fa emergere il Tom’s Restaurant è che può vantare ben due motivi di fama: oltre alla canzone di Suzanne Vega, è il diner in cui fanno colazione i protagonisti di Seinfeld, sitcom di enorme successo andata in onda dal 1989 al 1998. Le sue vetrine si vedono anche nella sigla della serie.

All’inizio degli anni ’80, tra i clienti meno noti del Tom’s Restaurant c’è anche la giovane Suzanne Nadine Vega, che all’epoca frequenta l’università. È nata a Santa Monica in California nel 1959 e vive a New York, tra Spanish Harlem e l’Upper West Side da quando ha due anni, con la madre Pat, analista informatica, e il patrigno Ed Vega, scrittore e insegnante di origine portoricana. Si è diplomata nel 1977 alla High School of Performing Arts – la stessa che noi conosciamo per Fame, il film di Alan Parker e la serie TV andata in onda sulla RAI tra gli anni ’80 e ’90 con il titolo italiano di Saranno Famosi – e si è iscritta al Barnard College, università nata per permettere alle donne di laurearsi quando non erano ammesse alla Columbia, per studiare letteratura.

È in quegli anni che inizia a esibirsi nei locali del Greenwich Village e a costruire la sua carriera di folksingercon le prime esibizioni su palchi come quello del Folk City, dove aveva suonato anche Bob Dylan. 

Qui incontrò gli appartenenti alla scena folk del tempo, come Jack Hardy, una figura centrale di questa storia: si tratta di un cantautore che ha prodotto numerosi album nella sua lunga carriera che va dagli anni ’70 al primo decennio del 2000, ma soprattutto si tratta di uno dei principali “maestri” della folk music di New York. Una specie di nume tutelare, che ha consigliato e fatto crescere un enorme numero di aspiranti cantautori, facendo in modo che alcuni di loro riuscissero a trasformare la loro passione in una professione. Le cronache raccontano degli incontri settimanali nella sua casa di Houston Street, in cui si ascoltavano e si commentavano i lavori di tutti gli ospiti. Da queste serate nasce il Songwriter’s Exchange, che si riuniva al Cornelia Street Cafè, e che organizzava serate in diversi locali della città. Hardy è stato anche il fondatore e il primo direttore della rivista Fast Folk, che usciva con un 33 giri allegato, e che ha tenuto a battesimo artisti come Lyle Lovett, Shawn Colvin, Michelle Shocked, Tracy Chapman e la stessa Suzanne Vega. Proprio su un numero di Fast Folk del gennaio 1984 viene pubblicata per la prima volta Tom’s Diner.

La canzone nasce quando Vega ha 22 anni, tra l’inverno del 1981 e la primavera del 1982. Gli elementi che la compongono vengono da diversi momenti di quel periodo. “Tom’s Diner è una canzone su un uomo seduto in un bar che legge il giornale, beve caffè e osserva il mondo intorno a lui, vivendo un momento nel tempo.”

Il testo è un piccolo flusso di coscienza, un monologo interiore che dipinge un momento di vita comune di una mattina a New York, fatto di elementi reali e invenzione poetica. Il primo elemento è il New York Post: è uno dei due quotidiani di New York che all’epoca pubblicava strisce a fumetti ed è sulla sua prima pagina che compare, il 18 novembre 1981, la notizia della morte di William Holden, l’attore di cui Vega non aveva mai sentito parlare. “Lessi sul giornale che un attore era morto,” scrive. “Non l’avevo mai sentito. Pensavo che le persone sono egoiste e saltano le notizie per andare a leggere l’oroscopo, come avevo fatto io. Le campane della cattedrale suonarono, e io immaginai il resto.”

Per i fan, questo è un particolare fondamentale: il 18 novembre, infatti, si festeggia il Tom’s Diner Day, in cui si ricorda la nascita di questa canzone. Ma c’è un elemento discordante: al contrario di quello che si dice nel testo, il 18 novembre era una giornata coperta, ma non piovosa, ma è facile immaginare che Vega abbia visto una donna aggiustarsi le calze sotto la pioggia un altro giorno, mentre beveva un caffè al bancone di Tom’s e abbia aggiunto l’immagine alla canzone.

Un’altra parte nasce dalle conversazioni con Brian Rose, un altro membro del Songwriter’s Exchange e fotografo, con cui aveva passato del tempo a discutere sui gradini della cattedrale di Saint John the Divine. Rose le aveva raccontato che c’erano momenti in cui gli sembrava di guardare il mondo come se si trovasse dietro una vetrina, ed è questa la sensazione che Vega cerca di riportare nel testo.

Il protagonista della canzone non riesce mai a creare un contatto fisico o empatico con gli altri: ogni volta che gli si presenta la possibilità decide di evitarla, tranne nell’ultima scena,  che però è bruscamente interrotta dalla fretta di riprendere con la propria vita.

La versione che compare su Solitude Standing viene registrata ai Bearsville Studios di Woodstock, con la produzione di Steve Addabbo e Lanny Kaye che era stato il chitarrista del Patti Smith Group. Lo stesso Kaye racconta che avevano sei o sette registrazioni della canzone e ne avevano selezionato uno per l’album. Al momento del mix, però ascoltarono per errore una versione “scartata” e decisero di tenere quella: “Nella registrazione che finì sul disco, l’attitudine di Suzanne è assolutamente perfetta,” ha raccontato Kaye in una trasmissione della Tv svedese. “È un po’ rilassata mentre racconta la storia, che viene fuori in modo molto naturale.”

È un pezzo dalla melodia semplice, Tom’s Diner, ma che resta nell’orecchio. Ed è proprio questa una delle ragioni della sua lunga vita. Tutto sommato, si tratta di una canzone “piccola”, che racconta poco più di uno spaccato di vita quotidiana di New York. Ma da questo piccolo spaccato nascono tante nuove storie.

La prima di queste storie inizia in Inghilterra nel 1990: due produttori inglesi di Bath, Nick Batt e Neal Slateford aggiungono una base elettronica presa da un pezzo dei Soul II Soul e poche altre tracce alla versione a cappella di Tom’s Diner. Il risultato è un pezzo che modifica radicalmente la canzone da un punto di vista ideologico: lo stream of consciousness minimalista di Vega diventa un vero e proprio pezzo dance, trasformando un pezzo sull’alienazione e sull’isolamento in qualcosa da condividere sulla pista di una discoteca.

Batt e Slateford hanno un colpo di genio, che è quello che garantirà a Tom’s Diner buona parte del suo successo futuro e della sua lunga vita. La loro grande intuizione è quella di trasformare lo scat che chiude la canzone originale in una specie di ritornello ad alto tasso di memorabilità. I due pubblicano questo remix con lo pseudonimo “DNA featuring Suzanne Vega” con il titolo di Oh Suzanne.

Si tratta di un remix “pirata”, realizzato senza l’autorizzazione di Suzanne Vega o della sua casa discografica, che, quindi, potrebbero citare in giudizio i due produttori inglesi. Quando le fanno ascoltare la traccia dei due produttori inglesi, la cantautrice la trova cool e decide di autorizzare questa versione. Tom’s Diner di DNA fetaturing Suzanne Vega viene pubblicata come singolo nel 1990, nello stesso periodo in cui esce il terzo album di Vega, Days of Open Hand, che non ripeterà il successo di pubblico di Solitude Standing, fermandosi a un milione di copie vendute. Il singolo dei DNA invece otterrà un enorme successo e raggiungerà il numero 1 in classifica in Austria, Germania, Grecia e Svizzera, il 2 in Inghilterra, Irlanda e Olanda, il 5 negli U.S.A. e il 9 in Italia. Addirittura, fungerà da volano per le vendite di Solitude Standing, generando sorpresa e qualche volta delusione negli ascoltatori, che non trovavano la versione dance della canzone nell’album.

Come tutte le cover migliori, questa nuova versione tradisce l’originale, ma allo stesso tempo gli dona una nuova prospettiva. E, come tutte le cover migliori, trasforma anche la versione originale. La stessa Vega “adotta” questa versione nei suoi concerti: che la canti a cappella, con la chitarra, accompagnata dai fidi Mike Visceglia al basso o Gerry Leonard alla chitarra, o con la band al completo, la struttura e le atmosfere della canzone sono più vicine a questa versione che all’originale, anche grazie alla partecipazione del pubblico, che non manca mai di riempire le pause.

Quando, nel 2010, Vega incide nuovamente Tom’s Diner per rientrare in possesso dei master delle sue canzoni – rimasti di proprietà della sua vecchia casa discografica – e di includerla nel secondo volume dalla sua raccolta Close-Up, dedicato ai luoghi e alle persone delle sue canzoni, la scelta è di suonare una versione con una base strumentale “classica,” ma che di fatto è una cover della versione ideata da Batt e Slateford.

Il successo di Tom’s Diner dei DNA apre nuovi e imprevedibili percorsi nella vita della canzone. Quello dei due produttori inglesi è solo il primo di una serie infinita di remix, rifacimenti e cover version: un pezzo a cappella, con una melodia semplice e che rimane nell’orecchio in modo quasi ossessivo è una tentazione fortissima per chi fa dei campionamenti la base della propria musica. Suzanne Vega racconta che riceveva tante cassette che contenevano versioni “personali” di Tom’s Diner, tanto che nel 1991 esce Tom’s Album, che raccoglie alcune di queste versioni. Ogni autore, ovviamente, mette una parte di sé nella canzone, che diventa, per esempio, la base di un rap su una gravidanza indesiderata (Daddy’s Little Girl di Nikki D.), un racconto di un soldato che aspetta l’ordine di attaccare durante l’operazione Desert Shield prima della prima Guerra del Golfo (Waiting at the Border di Beth Watson), una divertente versione raggamuffin del duo giamaicano Michigan and Smiley, o una improvvisazione dei Bingo Hand Job, pseudonimo usato per un concerto dai R.E.M. insieme a Billy Bragg. Gli stessi DNA contribuiscono con un remix in stile dance di Rusted Pipe, canzone proveniente da Days of Open Hand.

Negli anni il successo di Tom’s Diner come “generatore” di nuove canzoni non si è esaurito. In un’intervista di qualche anno fa, Suzanne Vega ha dichiarato che esistono circa 130 tra cover e pezzi che usano campioni dal pezzo originale. Come è facile immaginare, il maggior numero di versioni viene dalle scene hip hop e dance, che usano i campionamenti per molte delle loro basi: ne esistono versioni di Tupac Shakur e Lil’ Kim, e artisti come Aaliyah, Destiny’s Child, Drake ne hanno usato parti. Anche band pop come i Fall Out Boy l’hanno campionata per la loro Centuries.

Anche in Italia ci sono esempi di uso e remix di Toms’ Diner: nel 2013 il rapper romano Gemitaiz la campiona in maniera piuttosto creativa per la sua On the Corner. Infatti è uno dei pochi che non sfrutta l’hook che avevano usato per primi i DNA, ma usa una parte della strofa. Nel 2015, un mostro sacro come Giorgio Moroder pubblica nel su Déjà Vu una versione dance cantata nientemeno che da Britney Spears, che diventerà la canzone più scaricata del musicista italiano. Moroder porta all’estremo l’idea dei DNA: la sua versione di Tom’s Diner è carica, esagerata e sopra le righe grazie ai sintetizzatori, che creano una specie di ricchissimo wall of sound anni ’80. La scelta di Britney Spears, che canta con una voce fortemente filtrata, è perfetta per questa versione e funziona per contrasto, quasi quanto quella di Suzanne Vega sulla versione originale.

Manca ancora un’ultima storia, e si tratta probabilmente di quella che ha reso Tom’s Diner una delle canzoni più importanti di sempre. Non ha a che vedere con le vendite o con autori che l’hanno reinterpretata, ma è legata alla nascita della rivoluzione digitale che ha travolto il mondo della musica alla fine dello scorso secolo.

Siamo in Germania nel 1990 e il professor Karlheinz Brandenburg sta lavorando alla sua tesi di dottorato: il suo obiettivo è sviluppare un algoritmo per diminuire il peso dei file audio senza perdere in qualità, il MPEG-2 Audio Layer III, che conosciamo come MP3.

“Pensavo di aver finito la mia tesi per il PhD, poi lessi in alcune riviste di hi-fi che usavano questa canzone per testare gli altoparlanti,” racconta. “Decisi di provare come funzionasse questa canzone con il mio sistema, l’MP3. IL risultato fu che a un bitrate in cui le altre cose suonavano abbastanza piacevoli, la voce di Suzanne Vega suonava orribile.”

La trasmissione della Tv svedese che ho già citato fa ascoltare la prima versione in MP3 di Tom’s Diner e il risultato è parecchio deludente: la voce di Vega è attutita, distorta e suona come se fosse filtrata da un vocoder. Brandenburg decise di continuare il lavoro sull’MP3 e Tom’s Diner divenne il banco di prova definitivo per ottimizzare il processo di compressione del suo algoritmo e fare in modo di preservare la qualità e le sfumature della voce di Suzanne Vega, nonostante la “diminuzione di peso” della traccia. Il processo durò diversi mesi e centinaia di ascolti, ma alla fine il risultato è il formato audio che ci permette oggi di ascoltare miliardi di canzoni e anche questo podcast. Brandenburg afferma anche che, nonostante le centinaia di passaggi di Tom’s Diner, non si è stancato della canzone e la apprezza ancora. Curiosità: esiste una canzone intitolata moDernisT (un anagramma di Tom’s Diner), realizzata da Ryan Maguire con tutte le parti audio “eliminate” nel passaggio dal file audio originale all’MP3.

Quando ascoltiamo una canzone dal telefono, dobbiamo ringraziare una cantautrice newyorkese che raccontò un piccolo momento di vita quotidiana, una mattina del novembre 1981 in un diner qualsiasi tra Broadway e la 112° strada a New York. Anche se Suzanne Vega è, per citare il testo, no one I had heard of, “qualcuno che non ho mai sentito.”

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